ALMANACCO: 17 Febbraio muore il filosofo Giordano Bruno

Filosofo, scrittore e frate domenicano italiano, Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno, morì da eretico il 17 Febbraio del 1600. Vissuto nel XVI secolo, divenne famoso per il suo pensiero inquadrato nel naturalismo rinascimentale, fondendo le più diverse tradizioni filosofiche, ruotando però intorno all’unica idea che l’universo fosse infinito, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente.

Giordano nasce a Nola, nel 1548 da una nobile famiglia campana. Iniziò la sua istruzione grazie a un prete nolano, dal quale imparò a leggere, scrivere e studiare la grammatica. Proseguì gli studi superiori nell’Università di Napoli, situata nel cortile del convento di san Domenico, dove conobbe Giovan Vincenzo de Colle, suo insegnante e aristotelico di scuola averroista, al quale si fa risalire la formazione antiumanistica e antifilologica del Bruno.

Gli esordi

Fin da ragazzo avverte la vocazione al sacerdozio, tanto che a soli 16 anni entra come novizio nel convento di San Domenico, sostituendo il proprio nome con quello di Giordano, come imposto dalla regola domenicana. In realtà questa scelta non fu dettata tanto dall’interesse alla vita religiosa o agli studi teologici, ma soprattutto per la possibilità privilegiata di dedicarsi ai suoi studi di filosofia, che l’Ordine sicuramente garantiva. Fu infatti la ricchezza della sua biblioteca, a tenere incollato Bruno in quel posto.

Continuò grazie ai molti libri letti, la sua passione per la teologia e filosofia antica e moderna, anche se a causa del suo animo irrequieto e fervido, si sentì spesso insofferente nei confronti dell’accettazione dei dogmi imposti. Fu così che iniziò ad esprimere il suo scetticismo sulla Trinità, maturando gradualmente una convinzione panteistica, ovvero che Dio è l’universo nella sua molteplicità. Ovviamente in tempi di piena Controriforma, questa sua teoria gli costò l’accusa di eresia, costringendolo ad abbandonare Napoli.

I viaggi e le opere

Esiliato da Napoli, Bruno nel 1576 raggiunse Roma, città che in quegli anni stava affrontando gravi disordini a causa degli eretici. Qui infatti si portò gli strascichi delle accuse ricevute a Napoli, tanto che per fuggire da esse decise di abbandonare l’abito domenicano, riassumere il nome di Filippo, e iniziare un viaggio alla scoperta dell’Italia. Si spostò da Roma a Genova, poi Savona, Venezia, Milano, e Bergamo. Si spinse anche in Francia, nella Savoia, fino ad arrivare a Ginevra, capitale della Svizzera, dov’è presente una numerosa colonia di italiani riformati e dove abbraccia il calvinismo.

Dalla Svizzera si trasferisce a Tolosa, in Francia, dove si dedicò all’insegnamento, per poi andare nel 1582 a Parigi. Anche se nella capitale francese rimase solo per due anni, fu qui che realizzò le sue prime opere, fra le quali De umbris idearum, Ars memoriae e Il Candelaio. Dal 1583 fu a Londra, dove prosegue la produzione letteraria con sei opere filosofiche in forma dialogica, i cosiddetti “dialoghi londinesi”, i quali sposano le teorie copernicane sulla natura e sull’eliocentrismo, ma abbracciano allo stesso tempo l’idea di infinità dell’universo.

Il fatidico rientro in Italia

Nel 1585 venne richiamato in Francia, dove realizzò una serie di opere antiaristoteliche, che ovviamente scatenarono aspre critiche, che spinsero Bruno ad allontanarsi nuovamente. Fu così che nel 1591 arrivò in Germania a Francoforte, continuando a scrivere opere letterarie. Fu proprio qui che realizzò 3 poemetti latini, i cosiddetti poemi francofortesi, culmine della ricerca filosofica di Giordano Bruno, con i nomi di De triplici, minimo et mensura, De monade, numero et figura e De immenso et innumerabilibus.

Grazie a due editori veneti che scoprirono le sue opere, Bruno venne invitato a Venezia, fu così che nel 1591 fece ritorno in Italia, con la consapevolezza però di poter finire nuovamente sotto le mani dell’Inquisizione. Si stabilì nella dimora del nobile Giovanni Mocenigo, desiderando di essere da lui istruito sulla mnemotecnica e sulle arti magiche. In realtà il patrizio veneziano, impressionato dalle sue idee temerarie, ma anche inquietanti e blasfeme, lo denunciò al Sant’Uffizio, accusandolo di praticare arti magiche, di non credere nella Trinità divina, ma nell’esistenza di mondi infiniti, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine.

La condanna e la morte

Fu così che nel maggio del 1592, Giordano Bruno fu arrestato e incarcerato dall’Inquisizione di Venezia, in san Domenico a Castello. Dopo aver chiesto perdono per gli errori commessi, si dichiara disposto a ritrattare quanto si trovi in contrasto con la dottrina della Chiesa, anche se furono atti vani. Fu infatti l’Inquisizione romana a chiede la sua estradizione, venendo trasportato nelle carceri romane del Palazzo del Sant’Uffizio, dove con delle prove furono confermate tutte le accuse, anche in seguito a delle torture.

Nel 1599 il cardinale Bellarmino lo sollecitò ad abiurare ed egli sembra accettare, ma le sue dichiarazioni appaiono parziali e insufficienti, continuando a ribadire i fondamenti della sua filosofia basata sull’infinità dell’universo. Dichiarato eretico, per ordine di Papa Clemente VIII, fu condannato al rogo e arso vivo a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600, all’età di 52 anni. In quello stesso luogo, nel 1889, su iniziativa di un folto gruppo di uomini di cultura, Francesco Crispi erigerà un monumento in sua memoria.

Federica.

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