ALMANACCO: 14 Novembre muore lo scrittore Giovanni della Casa

Letterato, scrittore e arcivescovo cattolico italiano, Giovanni Della Casa, più conosciuto come Monsignor Della Casa muore il 14 Novembre del 1556. Fu noto, ancora oggi, per essere autore dell’iconico manuale di belle maniere Galateo overo de’ costumi, che fin dalla pubblicazione godette di grande successo. Molti importanti sono però anche le sue Rime, che rappresentano uno dei momenti più alti nella lirica cinquecentesca.

Giovanni fu di origine fiorentina e nasce il 28 luglio 1503 in località “La Casa”, a Borgo San Lorenzo nel Mugello, da cui deriva il suo cognome. Frequentò i primi studi di legge a Bologna, per poi trasferirsi a Firenze, per studiare materie umanistiche sotto la guida di letterati del tempo tra i quali Ubaldino Bandinelli. Maggiormente incline agli studi letterari che non a quelli giuridici, venne rapito dalla retorica e dalla poesia in vesperis.

L’esordio letterario a Roma

Per intraprendere al meglio gli studi letterari, e avviare quella che sarebbe la sua carriera da scrittore decise di spostarsi verso Padova, a quel tempo culla della cultura ellenica. Si tratta di una svolta decisiva nella vita di Giovanni, che lo fece rimanere nella città veneta fino al 1529, periodo in cui compose alcune delle sue opere più licenziose. Alla fine dello stesso anno, però venne chiamato dal padre che lavorava a Roma, dove iniziò a frequentare le riunioni dell’Accademia dei Vignaiuoli, stringendo amicizia con il Berni e il Firenzuola.

In questo periodo compose alcuni capitoli licenziosi quali, Sopra il forno, Del bacio, Del martello, Della Stizza. Proprio nella capitale, decise di intraprendere la carriera ecclesiastica, scelta soprattutto perchè garantiva il miglior stile di vita, in quanto era attratto dal prestigio che questa gli avrebbe conferito. Nel 1538 fu nominato chierico della Camera Apostolica, poi successivamente arcivescovo di Benevento nel 1544 e nello stesso anno fu inviato da Papa Paolo III, come nunzio apostolico nella città di Venezia. 

L’esperienza veneziana

Già conosciuto per la vita mondana, a Venezia trovò il palco ideale delle sue aspirazioni, con il suo palazzetto sul Canal Grande che divenne il luogo d’incontro della migliore nobiltà veneziana assieme ad artisti, poeti e letterati. Fu proprio sollecitato da questa cerchia di intellettuali nella sua casa, che scrisse numerosi versi e trattati, promuovendo inoltre i primi processi contro i riformati. Il più noto rimase quello a carico di Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, che segnò l’inizio di un’aspra polemica tra i due, culminata con una pubblicazione di un manoscritto infamante.

Nel 1547 per incarico sempre di Papa Paolo III indusse la Repubblica Veneta ad allearsi con la Francia per combattere contro l’impero, circostanza in cui scrisse le Orazioni in volgare, dirette appunto alla Repubblica di Venezia e a Carlo V. Esse rappresentano un esempio tipico di eloquenza 500esca, impostata sul modello della prosa ciceroniana. Sempre durante il suo soggiorno a Venezia, scrisse in latino ciceroniano il trattatello Quaestio lepidissima: an sit uxor ducenda, ove si interrogava sul valore del matrimonio.

L’iconico Galateo

Alla morte di Paolo III nel 1549, Della Casa lasciò la nunziatura di Venezia e ritornò a Roma, e con l’elezione del nuovo papa Giulio III cadde in disgrazia. Ben presto dovette abbandonare anche la Capitale, per tornare a vivere in Veneto presso la Badia di Nervesa nella Marca Trevigiana, dove probabilmente diede vita alla stesura del Galateo. Chiamato così perché dedicato al monsignor Galeazzo Florimonte che lo aveva ispirato, quest’opera richiama ai dettami rinascimentali e propone una serie di consigli e regole per vivere una vita armonica e semplice.

La forma del trattato è monologica poichè si basa su una sola voce che espone analiticamente l’argomento; il contenuto, di tipo educativo, consiste in una precisa indicazione di regole e consigli pratici. Lo scopo dell’autore è quello di correggere i difetti più frequenti e formare delle doti da esercitare nella società. Lo stile del trattato si allontana dal ciceronianismo e dalle orazioni politiche per adottare una scrittura più discorsiva che si incontri con le espressioni della lingua formale parlata. Della Casa trasforma l’ideale di grazia e misura in un ideale medio finalizzandolo alle capacità di una immediata ricezione.

Il successo delle Rime

Nel raccoglimento della sua dimora pensò anche alla stesura delle più mature Rime. Si tratta di un insieme di poesie pubblicate postume a cura del suo segretario Erasmo Gemini. Se nel trattato sulle buone maniere, Della Casa utilizza sempre un tono medio, nelle sue Rime usa invece un tono sostenuto e solenne, tanto da far coincidere la poesia petrarchesca con le rime petrose di Dante. Con quest’opera riuscirà a raggiungere la più alta intensità nelle liriche, che attraverso un linguaggio originale ed articolato, affronta temi esistenziali, inquietudini e questioni morali.

Le Rime ebbero una particolare importanza nella lirica cinquecentesca, tanto che la sua tecnica innovativa prese il nome di “legato dellacasiano”. Questa consiste nell’infrazione della struttura ritmica del sonetto, nel quale il verso è dilatato, ma allo stesso tempo franto dall’enjambement, che lo inarca nel verso successivo. In questo modo il verso non si conclude alla fine dell’endecasillabo, ma a metà di quello successivo, acquistando così una maggiore estensione e una musicalità nuova. Questo metodo ebbe grande influenza sui lirici del Cinquecento, come ad esempio su Tasso e più tardi su Foscolo.

Ultimi anni

Quando salì al soglio pontificio Papa Paolo IV nel 1555, Giovanni della Casa fu nuovamente convocato a Roma, per la carica di segretario di stato vaticano. In lui si fece ancora più forte la speranza di ottenere il cappello cardinalizio, ma anche in quest’occasione il suo desiderio non potè realizzarsi. Infatti prima di arrivare nella Capitale, morì nel 1556 a Montepulciano.

Federica.

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