ALMANACCO: 11 Novembre muore il filosofo Søren Kierkegaard

Filosofo, teologo e scrittore danese, Søren Kierkegaard morì l’11 Novembre del 1855. Oggi viene considerato uno dei padri dell’Esistenzialismo, grazie al suo acutissimo pensiero che, scambiato per bipolarismo, caratterizzò tutta la sua esistenza, divisa tra il mondano e la spiritualità. Decisione che non prese mai, rimanendo ancorato al “punto zero”, scegliendo di non scegliere. Scrisse numerose opere, tra cui Aut-AutTimore e tremoreIl concetto dell’angosciaLa malattia mortale.

Søren Kierkegaard nacque nel 1815 a Copenhagen, in Danimarca, città dove restò per quasi tutta la sua vita. La figura del padre fu centrale nella sua formazione, che gli impartirà una rigida osservanza religiosa, attraverso il Luteranesimo. Con l’ossessione del peccato, Kierkegaard pensò addirittura ad una maledizione divina, per un’imprecisata “grave colpa” commessa in passato da suo padre, tanto che spingerà il giovane ad iscriversi alla facoltà di teologia per diventare pastore. Decisione che però non prese mai totalmente.

Il punto zero della non scelta

Il filosofo non intraprese mai la professione di pastore, in quanto la sua vita venne sempre caratterizzata da una sorta di “paralisi”, dettata dall’incapacità di decidere tra le alternative che si presentarono nella sua vita. Una indecisione perenne che lo portarono ad identificare se stesso come un contemplativo, che osservava con distacco la vita, più che viverla scegliendo. La sua vita per questo fu caratterizzata da un profondo dualismo, tra una vita mondana e una vita spirituale, e il tormento derivato dal non saper abbracciare totalmente né l’una né l’altra.

Questo “punto zero” compiuto sotto la scelta di non scegliere, portò a difficoltà con i rapporti con la famiglia e soprattutto nella sua attività di scrittore. Ne è una dimostrazione anche la scelta di scrivere gran parte delle sue opere sotto pseudonimo. A seconda dell’argomento affrontato, più filosofico o più teologico, usava infatti pubblicare con nomi diverso dal suo, dandogli la libertà di scrivere di ogni argomento senza rischiare che un punto di vista si intromettesse nell’altro.

Il pensiero filosofico

Il pensiero di Kierkegaard fu profondamente immerso nella cultura della Danimarca del suo tempo, permeata dall’ascendente di Hegel, dell’idealismo e dal formalismo della Chiesa Protestante. Ovviamente il filosofo rielaborò queste regole, tanto da dare vita ad uno stile personale che abbandonava il rigore del linguaggio filosofico e la sua forzata oggettività. Infatti Kiergaard si contraddistinse, per la sua verve polemica, per la sua profonda ironia e la continua tensione tra il mondano e il divino.

Il suo pensiero fu segnato da un profondo anti-idealismo con alcune caratteristiche fondamentali. Di queste elenchiamo, l’importanza assegnata all’esistenza concreta degli uomini, la centralità del criterio della possibilità, una rivalutazione della riflessione soggettiva, la concezione della storia come risultato dell’azione incerta, casuale e problematica degli individui e il concepire il farsi della vita secondo una dialettica dell’ “aut-aut”.

Vita estetica e vita etica

E’ proprio nell’opera Aut-Aut, che Kierkegaard presenta i primi due stadi esistenziali, cioè le due alternative di vita che si presentano come scelte inconciliabili all’uomo. La prima è la vita estetica, in cui l’uomo ricerca solo il piacere inebriante dell’avventura e dell’attimo intenso e fugace. Emblema di questo stadio è la figura del don Giovanni mai pago delle sue conquiste amorose, ma incapace di scegliersi una donna per tutta la vita. Scegliendo tutte le donne, il seduttore in verità non ne sceglie nessuna, preludio prima della noia e poi della disperazione. E’ proprio scegliendo la disperazione, che l’uomo può liberarsi per abbracciarne invece la vita etica. 

Questo secondo stadio della vita etica si fonda invece sulla scelta, sull’essere protagonisti di un compito e di portarlo avanti con costanza. Emblema di questo stadio è il buon marito, un modello di comportamento e di normalità, che tenderà però alla routine. Anche se sembrerebbe una scelta giusta, questo stadio è destinato a condurre l’uomo alla disperazione e all’angoscia, in quanto l’uomo, non realizza i propri desideri per inseguire il conformismo e l’anonimato. La vita etica termina solo quando l’uomo realizza di non poter nascondere il suo essere peccaminoso, pentendosi allo stesso tempo, al cospetto di Dio. E solo allora, accettando per fede che Dio possa comunque salvarci dai nostri peccati, è pronto ad entrare nell’ultimo stadio. 

La vita religiosa

Di questo ultimo stadio, Kierkegaard ne parla nell’opera Timore e tremore. Si tratta della vita religiosa, che risulta essere una scelta ancora più radicale di quella compiuta nel passaggio dalla vita estetica a quella etica. La figura chiave di questo stadio è Abramo, che contro ogni legge morale, decide unicamente di seguire un comando divino. Come Abramo, che esteriormente appariva un assassino, mentre interiormente era un uomo di fede, così Kierkegaard sa di apparire come una persona stravagante, anomala, inaffidabile, ma proprio in virtù di questo, egli aspira a diventare qualcosa di speciale e unico, nella consapevolezza delle proprie doti intellettuali e dei propri drammi interiori.

Ma la fede non si configura come una scelta rassicurante, in quanto l’uomo si ritrova solo, al di fuori della mentalità e dei costumi comuni, a credere in qualcosa che si pone aldilà della ragione o di ogni comprensione. Tuttavia, nonostante il cristianesimo sia considerato scandalo e paradosso, secondo il filosofo è la sola arma che permette all’uomo di sfuggire a quella sensazione di vertigine data dalle infinite possibilità della vita. Dio risulta quindi essere un affidamento ed un approdo, anche se problematico e drammatico, che permette di superare la propria inadeguatezza esistenziale. Il credente è rassicurato che tutto ciò che è possibile sia nelle mani di Dio. 

Ultimi anni

Tra le opere più importanti di Kierkegaard ricordiamo Aut-AutTimore e tremore, entrambi composti nel 1843, poi Il concetto dell’angoscia e La malattia mortale. Già fragile di salute, nel 1855, dopo essere caduto per strada, venne ricoverato all’ospedale di Copenhagen, dove visse i suoi ultimi quarantuno giorni. Gli fu diagnosticata una grave lesione spinale e un’emorragia cerebrale, che lo portò alla morte, l’11 novembre 1855.

Federica.

 

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