mARTEdì: la misteriosa isola dei morti di ARNOLD BöCKLIN

Lo svizzero Arnold Böcklin fu uno dei pittori tedeschi ed europei più ammirati e celebrati del XIX secolo. Esponente di spicco del Simbolismo, recuperò l’eredità del Romanticismo tedesco e del pittore Friedrich in particolare, sviluppando uno stile colto e carico di riferimenti letterari. Fu attivo tra la Germania e l’Italia, paesaggi che inserì nei suoi quadri, creando immagini oscillanti tra sogno e realtà, nonché paesaggi immaginari animati da figure mitiche.

L’Isola dei morti è considerato l’indiscusso capolavoro di Böcklin. Si tratta di un dipinto che l’artista realizzò in ben cinque versioni, tra il 1880 e il 1886, una sorta di produzione seriale, considerati una icona della pittura simbolista. Un sacco di artisti l’hanno studiata a fondo ed hanno cercato degli spunti per migliorare il proprio stile. L’opera infatti affascinò Sigmund Freud, Lenin, Georges Clemenceau, Giorgio de Chirico, Salvador Dalí, Gabriele D’Annunzio, ma soprattutto Adolf Hitler.

Storia dei committenti

La prima cosa da sapere, è che l’isola dei morti non è il titolo originale dell’opera. Il suo nome iniziale era Un luogo tranquillo, poi cambiato a causa di una curiosità del committente dell’opera. Fu Alexander Gunther, il mecenate dell’artista tedesco, a commissionare la prima versione dell’opera, ma dopo averla dipinta Bocklin venne stregato ed infatti decide di non consegnarla più ad Alexander. Molti rimasero colpiti dal lavoro di Bocklin, anche la contessa di Oriola che ordinò all’artista un’opera tutta per sè. Fu così che nacque la seconda versione, con colori e luminosità del tutto nuovi. Stessa cosa avvenne nel 1883 con il mercante d’arte Friz Gurlitt, per cui realizza una terza versione di questa inquietante isola, comprata poi da Hitler durante la guerra.

La storia della quarta tela è legata ad un periodo in cui Böcklin aveva problemi economici. Per intascare qualche soldo, modificò ancora una volta la sua opera sperando che qualcuno avrebbe apprezzato. Il suo lavoro entrò a far parte della collezione del barone Heinrich Thyssen, ma durante la seconda guerra mondiale venne distrutto in un bombardamento. C’è inoltre una quinta variante della tela realizzata nel 1886, commissionata dal museo di Belle Arti di Lipsia. Nel 1888, il pittore decise però di chiudere questa serie di inquietanti opere dipingendone un’altra intitolata l’Isola dei vivi, ovvero un’isola opposta alla precedente, con colori vividi e luce intensa, popolata da alberi in fiore, persone e animali di ogni genere.

Descrizione dell’opera

La scena rappresenta un’isola in un mare color petrolio che si infrange sugli scogli, mentre il cielo, scuro e minaccioso, è cosparso da nubi compatte e impenetrabili. Una piccola barca viene spinta a remi da un nocchiero, che richiama il personaggio dantesco di Caronte. Sulla prua della barchetta si scorge una bara, posta di traverso e coperta da un telo sul quale è stata deposta una ghirlanda di fiori rossi. Un’altra figura in piedi di spalle, coperta da un sudario bianco, potrebbe invece identificarsi con l’anima che accompagna il corpo all’ultima dimora o alla Morte stessa.

La barca sta per attraccare sulle coste di un’isola misteriosa a forma di C, sulla quale si innalzano colossali cipressi dalla punta aguzza, scogli vertiginosi e grandi lastre di pietra come sepolcri. Questo presuppone la metafora dell’inaccessibilità per i vivi del regno dei morti. L’isola infatti è sicuramente disabitata, ma la presenza della barca con la bara indica con certezza che si tratta di un cimitero solitario. L’atmosfera di doloroso enigma con l’esaltazione di un sublime potente e spaventoso, rimanda alle atmosfere del Romanticismo tedesco di inizio secolo. Ma la miscela impeccabile di antico e moderno e la ricchezza di simboli ne fanno un indiscusso capolavoro del Simbolismo europeo.

Interpretazioni

Essendo un quadro simbolista, sappiamo che non abbiamo una risposta certa riguardo l’interpretazione effettiva del quadro. Stando alle parole di Böcklin, la tela è un modo per riflettere sulla vita e la morte, in grado quindi di suscitare stati d’animo relativi a questi concetti. La barca in movimento è infatti la metafora del trapasso, del viaggio dell’anima nell’aldilà, con la connotazione di desolazione immersa in un’atmosfera misteriosa ed ipnotica. Si dice che questo quadro ha una valenza autobiografica, in quanto descriverebbe perfettamente il suo rapporto con il cimitero. Sappiamo infatti che Böcklin perse otto dei suoi quattordici figli prematuramente e rischiò più volte di morire per malattia.

L’isola appare realistica, in quanto si ispira a dettagli presenti nella vita reale, ma analizzando a fondo l’opera, saltano fuori un sacco di simboli. Le interpretazioni dell’Isola dei morti sono molte, in quanto l’isolotto è formato da un miscuglio di luoghi diversi. Ad esempio, le strane strutture in pietra sono molto simili a quelle del cimitero inglese a Firenze, dove venne sepolta sua figlia. Per quanto riguarda la base rocciosa inferiore, sembrerebbe ispirata a Pontikonisi, una piccola isola greca vicino Corfù, a Capri, a Ischia oppure l’isola di San Giorgio in Montenegro,

Rapporto tra l’opera e Hitler

Adolf Hitler, appassionato di occultismo, acquistò ad un’asta la terza versione della serie nel 1936 e la espose nel suo studio di Berlino e dalla quale non si separò mai, nemmeno in punto di more. Questo perchè il dipinto rispecchiava la curiosità dell’artista per la mitologia nordica, gli dei del Walhalla, le Valkirie, i miti e le allegorie di origine celtica. La stessa curiosità che spingeva il dittatore tedesco verso la ricerca delle radici della civiltà e cultura ariana, scoprendo simboli esoterici di origine celtica. Ad esempio la svastica, segno solare utilizzato poi per la follia nazista, la lancia del destino Heilige lunch, il Graal, l’Arca dell’alleanza, e molti altri.

Ma perché tanto interesse per l’Isola dei morti? Probabilmente perchè per lui l’isola rappresenta il pantheon ideale, dove riposare per sempre come un dio nordico venerato ma irraggiungibile dai comuni mortali.

Federica.

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