ALMANACCO: 27 Settembre nasce Cosimo de’ Medici

Conosciuto come importante politico e banchiere italiano, Cosimo di Giovanni de’ Medici nacque il 27 Settembre del 1389. E’ stato il primo signore de facto di Firenze e il primo uomo di Stato di rilievo della famiglia Medici. E’ soprannominato anche Cosimo il Vecchio o Pater patriae, ovvero padre della patria, proclamato dalla Signoria fiorentina dopo la sua morte. Amante delle arti e del pensiero umanista, Cosimo investì gran parte del suo enorme patrimonio per abbellire e rendere gloriosa la sua città natale, chiamando artisti e costruendo edifici pubblici e religiosi.

Nato nel 1389 a Firenze, Cosimo fu educato presso il circolo umanista del monastero dei Camaldolesi, sotto la guida di Roberto de’ Rossi, grazie al quale apprese il latino, il greco, l’arabo, ma anche nozioni teologico-filosofiche e artistiche. Oltre alla formazione umanistica, ricevette nozioni di mercatura e finanza dal padre Giovanni, famoso finanziatore della Chiesa Romana, e colui che rinforzò la posizione dei Medici a Firenze.

La fortuna del Banco mediceo

Fu nel 1414 che Cosimo, verrà nominato priore di Firenze e l’anno seguente, accompagnò l’antipapa Giovanni XXIII (al secolo Baldassarre Cossa) al Concilio di Costanza. Con la morte di quest’ultimo, Cosimo e il padre furono nominati esecutori delle volontà testamentarie, curando inoltre la realizzazione del sepolcro nel Battistero di San Giovanni. Ovviamente i Medici furono ben voluti anche dal nuovo pontefice Martino V, conosciuto come il romano Oddone Colonna. Avendo bisogno di un grande prestito finanziario per la restaurazione del dominio temporale pontificio, Colonna si rivolse ai Medici, i cui interessi economici a Roma si consolidarono notevolmente.

Ma fu nel 1420, che Giovanni de’ Medici si ritirò dalla vita economica, lasciando in mano al figlio Cosimo la gestione del Banco Medici. In breve tempo Cosimo riuscì ad ampliare la rete finanziaria della famiglia, aprendo filiali in tutte le più importanti città europee, da Londra a Bruges e Parigi, riuscendo a controllare tutta la politica fiorentina. Fu grazie al potere economico acquisito, che tra il 1420 e il 1424, egli ottenne i primi incarichi politici, divenendo protagonista di missioni diplomatiche a Milano, a Lucca e a Bologna. Nonostante ciò, anche in questo caso Cosimo mostrò notevole tatto politico, cercando di non far pesare eccessivamente la sua ricchezza economica e accontentandosi di poche cariche.

Nascita del partito mediceo

Nello stesso periodo, entrò a far parte dei Dieci di balia e degli Ufficiali del banco, coloro che si occuparono di gestire il finanziamento della guerra della Repubblica fiorentina contro la città di Lucca tra il 1429 e il 1433. Questo potere però si convertì in una costante egemonizzazione delle cariche pubbliche, attraverso il ricorso spregiudicato a pratiche clientelari e corruzione, che però non intaccarono la sua prestigiosa carica da mecenate. Insomma, grazie a lui e alle molte alleanze strette, i Medici costituiscono una sorta di partito politico, in grado di contrastare lo strapotere della fazione degli oligarchi, guidata dagli Albizzi.

Il nucleo del partito era formato dai membri dei vari rami della famiglia Medici, che ruotavano intorno alla forza finanziaria e all’esperienza politica della famiglia di Giovanni. Esso poi veniva ampliato da una serie di matrimoni architettati che legavano i Medici a famiglie inferiori come ricchezza, ma più ricche di prestigio, come i Bardi, i Salviati, i Cavalcanti, i Tornabuoni. Si estese ulteriormente con l’acquisto di vari gruppi di “amici”, ovvero famiglie influenti o per lo meno numerose, che effettuavano favori ai Medici in cambio di protezione. Difatti, queste alleanze con famiglie patrizie erano utili per l’affermazione della famiglia e per aver quel prestigio necessario volto alla conquista del potere.

La politica culturale

Anche il mecenatismo fu un’arma propagandistica nelle mani di Cosimo, in quale diede protezione agli artisti, finanziò i letterati, promosse la costruzione di edifici pubblici, e restaurò edifici antichi a Firenze e dintorni. Ad esempio, per il servizio pubblico, ricostruì il convento di San Marco, la Basilica di San Lorenzo e la Badia Fiesolana, fondando anche la Biblioteca Laurenziana. Oltre alla costruzione di conventi e al patrocinio della cultura a favore del popolo fiorentino e della chiesa locale, Cosimo si dedicò anche alla realizzazione di ville e palazzi ad uso personale e privato. Per l’occasione chiamò alla corte artisti di grido, come Donatello, autore del David realizzato su commissione di Cosimo, Filippo Lippi, Paolo Uccello, Lorenzo Ghiberti, Andrea del Castagno e Michelozzo.

La politica culturale di Cosimo fu improntata alla promozione della sua casata e di Firenze, attraverso un umanesimo molto distante da quello della prima metà del ‘400 fiorentino. Un umanesimo non più omaggiante nei confronti delle tre corone volgari (Dante, Petrarca e Boccaccio), ma totalmente classicheggiante e impregnato di una vocazione filosofica. Fu per questo che, Cosimo e il suo entourage si scontrarono con gli umanisti Leon Battista Alberti e Francesco Filelfo, rimasti ancora ancorati al primo umanesimo volgare.

L’esilio dorato

Ovviamente però con l’accrescere del potere mediceo, le famiglie rivali si misero sulla difensiva. Fu infatti nel 1430, che le famiglie Strozzi e Albizzi, si sentirono minacciati dal potere di Cosimo de’ Medici, e con alcuni pretesti provano a mandarlo in esilio. Inizialmente questi tentativi non ottennero successo, anche grazie all’opposizione di un altro grande magnate, Niccolò da Uzzano, ma alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1432, le due famiglie riuscirono nei loro intenti. Il 5 settembre del 1433, infatti, Cosimo viene incarcerato nel Palazzo dei Priori con l’accusa di aspirare alla dittatura.

La pena della carcerazione, venne in seguito tramutata in esilio, anche perché il governo oligarchico con a capo Rinaldo degli Albizzi, dovette fare i conti con le pressioni degli altri Stati italiani, contrari alla condanna a morte di Cosimo. Quest’ultimo, pertanto, si spostò a Venezia, allora sede di una prestigiosa filiale del Banco Mediceo, trascorrendo un esilio dorato, in virtù delle consistenti riserve di capitali e delle potenti amicizie. Fu per questo che dal suo esilio, riuscì a influenzare le decisioni della Signoria oligarchica di Firenze, con l’obiettivo di rientrare nella città.

La Signoria de Facto e la Guerra di Anghiari

Cosimo venne richiamato a Firenze già nel 1434, e il suo rientro fu trionfale, acclamato e sostenuto anche dal popolo che lo preferisce agli oligarchici Albizzi. Dopo aver spedito gli avversari a loro volta in esilio, Cosimo si affermò come arbitro assoluto della politica fiorentina, stabilendo una Signoria de facto. Attraverso il controllo delle elezioni, del sistema tributario e la creazione di nuove magistrature assegnate a uomini di fiducia, Cosimo gettò le basi del potere della famiglia Medici, rimanendo comunque rispettoso delle libertà repubblicane e mantenendo sempre una vita appartata e modesta, come un privato cittadino.

In politica estera, egli favorì la prosecuzione della politica di alleanza con Venezia che trovò il suo culmine nella Battaglia di Anghiari del 1440, contro i Visconti di Milano. In campo fece scendere l’esercito fiorentino, guidato dal cugino Bernadetto de’ Medici, e aiutato dall’amico Francesco Sforza, all’epoca al soldo dei Veneziani, in battaglia aperta con Milano. Fu proprio grazie all’alleanza con quest’ultimo che riuscì a vincere la guerra, e rovesciare le alleanze in suo favore, ottenendo intorno al 1454, la stipulazione della pace di Lodi.

Ultimi anni

Nell’anno in cui la pace di Lodi viene stipulata, Cosimo ebbe 64 anni, e moltissimi acciacchi dettati dall’dell’età, complici le sofferenze causate dalla gotta. Anche per questo motivo, iniziò a ridurre in modo progressivo i propri interventi sia per la gestione degli affari del Banco Mediceo sia per la politica interna. Defilatosi anche dalla scena pubblica, Cosimo dovette affrontare un terribile lutto provocato dalla morte del figlio prediletto Giovanni, su cui riponeva gran parte delle speranze di successione.

Unica gioia negli ultimi anni di vita fu la presenza del giovanissimo nipote Lorenzo, del quale ammirava l’intelligenza e lo spirito, nonostante avesse solo quindici anni. Fu proprio sul letto di morte a raccomandare di dare a Lorenzo la migliore istruzione in campo politico, che utilizzerà nel suo futuro diventando Lorenzo il Magnifico.

Federica.

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