ALMANACCO: 16 Settembre muore l’architetto Gio Ponti

Architetto e designer italiano fra i più importanti del dopoguerra, Giovanni Pinti, detto Giò morì il 16 Settembre del 1979. Formatosi nell’ambito del neoclassicismo, si accostò poi alla tematica del nazionalismo, rimanendo tuttavia estraneo a quel dibattito culturale, mantenendo una posizione isolata. Dotato di fecondità inventiva, svolse un ruolo importante anche nell’ambito dell’architettura degli interni e del disegno industriale, introducendo negli ambienti della nuova borghesia italiana il gusto per l’arredamento moderno.

Nato a Milano il 18 novembre 1891. Dopo il liceo classico, si iscrive nel 1913, alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ma interruppe gli studi a causa della chiamata alle armi durante la prima guerra mondiale, a cui partecipa in prima linea. Fu proprio durante la guerra, che visita le architetture di Palladio, grazie al quale decise di dedicarsi esclusivamente all’architettura. Rientrato a Milano, prese la laurea e si avvicina al gruppo dei “neoclassici milanesi”.

Gli esordi tra ceramica e design

A Milano, inizialmente aprì uno studio assieme all’architetto Emilio Lancia, collaborando anche con gli ingegneri Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. Contemporaneamente avviò la sua attività di designer all’industria ceramica Richard-Ginori, dando il via a un rinnovamento della produzione, rielaborando completamente il design della società. Il suo disegno rifletteva la tradizionale Secessione Viennese, riallacciandosi ai valori del passato, e trovando per questo sostenitori nel regime fascista. Porcellane e maioliche, verranno presentate alla Prima Mostra Internazionale di Arti Decorative di Monza, nel 1923. Con le sue ceramiche, inoltre vinse il “Grand Prix” all’Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi del 1925.

La conformazione classica, la passione per la pittura e per le arti decorative, costituirono la matrice principale da cui si sviluppa il primo linguaggio pontiano. Centrale è un inedito ma forte approccio al tema dell’abitazione, realizzando molti edifici come la villa Bouilhet a Garches presso Parigi, in cui architettura, interni e decorazione si fondono. Designer universale, realizzò inoltre moltissimi oggetti in diversi campi, dalle scenografie teatrali, alle lampade, alle sedie, agli oggetti da cucina, agli interni di famosi transatlantici, fino alla Pavoni, una macchina per caffé espresso da bar.

La concezione del suo nuovo stile

In questi stessi anni inizia anche un’attività editoriale, fondando nel 1928 la rivista “Domus”, insieme a Gianni Mazzocchi. Una testata che non abbandonerà più, e che rappresenterà il suo strumento di elaborazione e diffusione delle sue idee progettuali, in architettura, nel disegno di arredo e nelle arti decorative. Fu proprio grazie a questa rivista che si avvicinò alle teorie razionaliste e al concetto di italianità, che lo condurranno a concepire le prime Case tipiche emblematicamente denominate “Domus”.

L’attività di Ponti negli anni trenta si estese anche all’organizzazione della V Triennale di Milano nel 1933 e alla realizzazione di scene e costumi per il Teatro alla Scala. Ricevette tra l’altro numerosi premi sia nazionali che internazionali, diventando infine professore di ruolo alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nel 1936, cattedra che manterrà sino al 1961. Nel 1954, Ponti inventa il premio Compasso d’Oro e, nello stesso anno, è partecipe della nascita, della rivista “Stile Industria”.

L’architettura e le pareti attrezzate

Intanto il design come l’architettura di Gio Ponti diventano sempre più innovativi abbandonando i frequenti richiami al passato neoclassico. Questo è da considerarsi come il periodo di più intensa e artisticamente feconda attività di Ponti, infatti negli anni ’50 verranno realizzate di fatto le sue opere più importanti. Ne sono un esempio il secondo palazzo ad uffici della Montecatini e il Grattacielo Pirelli a Milano. I 120 metri di altezza di quest’ultima opera costruita intorno ad una struttura centrale progettata da Pierluigi Nervi fanno del “Pirellone” (come sono soliti chiamarlo i milanesi) uno dei grattacieli in cemento armato più alti del mondo. L’edificio appare come una slanciata e armoniosa lastra di cristallo, che taglia lo spazio architettonico del cielo, i cui lati si restringono in quasi due linee verticali.

La teoria della ”forma finita”, punto cardine dell’opera di Ponti, coinvolge tutti i livelli della progettazione, dagli oggetti più minuti alle grandi architetture mentre la forma “a diamante” ne è il codice. Nel campo dell’arredo, riuscì ad ideare le così dette pareti organizzate, ovvero intere pareti prefabbricate nel quale inserire in un unico sistema, apparecchi e attrezzature fino ad allora autonome. Queste invenzioni troveranno una esemplare applicazione nelle ville dei primi anni Cinquanta, ovvero a Caracas, Villa Planchart e Villa Arreaza, e a Teheran, Villa Nemazee.

Ultimi anni

Negli anni Sessanta i viaggi di Ponti si spostano dall’America Latina all’Oriente, realizzando numerosi edifici, come la struttura ministeriale di lslamabad in Pakistan, una villa per Daniel Koo a Hong Kong e alcune importanti facciate per grandi magazzini di Singapore, a Hong Kong, a Eindhoven in Olanda. Inoltre si concentrò anche sulla realizzazione di edifici religiosi, come ad esempio a Milano con la chiesa di San Francesco e la chiesa di San Carlo Borromeo, che rappresentano un’evidente tendenza alla smaterializzazione, anticipando alcune delle opere del decennio successivo.

Ad ottant’anni Ponti realizza ancora opere memorabili quali la Concattedrale di Taranto ed il Denver Art Museum. Inoltre dipinge su perspex, piega con l’argentiere Sabattini sottili lastre metalliche, pensa a tessuti, pavimenti, facciate dove il colore predomina. Muore a Milano, nella casa di via Dezza, il 16 settembre 1979.  

Federica.

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