mARTEdì: l’opera alchemica del Grande Vetro di MARCEL DUCHAMP

In occasione del suo prossimo compleanno del 28 Luglio, prendiamo in esame l’artista Marcel Duchamp, genio della storia dell’arte per aver realizzato opere ironiche e provocatorie. Colui che passò alla storia per aver ideato il ready-made, ovvero opere già pronte che segnarono un passaggio verso l’arte concettuale. Infatti per lui, e grazie a lui, il significato di “arte” non significa più fare, mostrando competenza tecnica, ma scegliere un determinato oggetto e reinterpretarlo, operando a livello di intelletto.

Fu proprio su questa nuova idea di arte, che Duchamp realizzò una delle sue opere più iconiche e allo stesso tempo più complesse, mai realizzate. Dal titolo La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, o meglio nota come il Grande Vetro, quest’opera è stata realizzata dal 1915 al 1923, ma non venne mai completata. Per dare vita a questa rappresentazione artistica, prese in considerazione anche molti saggi, tra cui quello di Arturo Schwarz, che tratta di alchimia.

Ideazione e realizzazione

L’idea si presentò a Duchamp nel settembre del 1912, durante un viaggio che l’artista fece da Monaco a Neuilly, assistendo ad un’opera teatrale di Raymond Roussel, trovando l’ispirazione. Solamente tornato a casa negli Stati Uniti, che iniziò a lavorare al suo nuovo progetto intorno al 1915, fino ad ora solo ideato su degli appunti. Acquistò le lastre di vetro, e diede avviò alla lavorazione, che però volontariamente non portò a termine, arrivando a definire l’opera “definitivamente incompiuta”. Non si tratta di un’opera pittorica e figurativa, ma più un’interfaccia artistica che pose fine all’ideale di estetica nell’arte.

Duchamp infatti volle rendere la sua opera una sorta di strumento magico, il quale ogni qual volta lo si fosse osservato, avrebbe cambiato di significato e di forma. Insomma, una lastra di vetro soggetta ad un’ermeneutica infinita, che solamente il caso, avrebbe potuto modificare e trasformare. L’opera infatti, è formata da due lastre di vetro molto vicine che racchiudono lamine di metallo dipinto, polvere e fili di piombo, che si muovono e cambiano nel tempo. Una sorta di work in progress dove analogie, allusioni e riferimenti simbolici sono stratificati uno sopra all’altro dando vita ad una sorta di rompicapo.

La teoria religiosa

Già dal titolo, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, possiamo capire come dietro all’opera che vediamo concretamente, Duchamp introdusse un significato nascosto. Come sappiamo, l’artista amava usare giochi di parole e doppi sensi omofoni. Secondo una lettura diversa della frase infatti, il titolo in francese potrebbe essere interpretato come “Maria è messa nella nuvola dai propri trebbiatori celesti”, una sorta di Assunzione religiosa molto provocatoria. La lettura di Duchamp, in realtà, non ha in sé molto di religioso bensì si direbbe piuttosto una rilettura dell’assunzione in chiave metafisica.

A comprovare questa teoria è la suddivisione in due parti del vetro. Nella parte superiore, quella celeste, vi è una nuvola pronta ad accogliere Maria, divisa da tre quadrati vuoti, che suggeriscono la Santissima Trinità. Nella parte inferiore invece, quella terrestre, è presente un parallelepipedo metallico in prospettiva che richiama alle iconografie dei feretri vuoti. I trebbiatori celesti, invece, richiamano la definizione duchampiana dell’opera come macchina agricola o macchina a vapore, che viene ricondotta alla struttura meccanica che si trova al centro dell’opera. Essa formata da tre rulli, richiama quella utilizzata in cucina per macinare il cioccolato.

L’idea alchemica-filosofale

Queste teorie della trebbiatura celeste, dell’assunzione della Vergine incoronata dalla Trinità e del denudamento della sposa, sono tutte metafore che fanno riferimento al fondamento massonico-ermetico-filosofale dell’alchimia. Infatti come spiegato in svariati saggi del periodo, queste idee vennero codificate nei trattati con il significato di purificazione della materia e la sua trasformazione in pietra filosofale. L’intera opera quindi può essere letta come una grande metafora alchemica.

La macinatrice di cioccolato, serve a triturare la materia al nero, indicata come cioccolato, mentre i sette setacci o crivelli che la sovrastano, corrispondono alle sette chiavi delle operazioni e sono strumenti di progressiva raffinazione. Il mulino ad acqua incorporato nel sarcofago invece allude al progressivo dissolvimento della materia che sale al cielo come vapore. Nel cielo la nuvola con le tre finestre, ricondensa la materia per farla tornare sulla terra in forma di gocce fertilizzanti , identificate come rugiada filosofica, per dare nuovo avvio al processo alchemico.

L’opera è quindi idealizzata come una continua polarizzazione di principi positivi e negativi, la cui essenza risieda proprio in questa sua ineffabilità, in questa mancanza. Il vetro, ovvero l’assenza dell’elemento che pone una distanza fra l’opera e l’osservatore, si conciliava con ciò che era sua intenzione esprimere, ovvero un’opera dinamica ed antidinamica al tempo stesso, dal significato mutante. Inoltre il vetro è un supporto capace di riflettere, siamo dunque di fronte ad un invito rivolto all’osservatore a riflettere a sua volta. 

Federica.


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