ALMANACCO: 8 Luglio nasce la pittrice Artemisia Gentileschi

Pittrice italiana di scuola caravaggesca, Artemisia Gentileschi, nacque l’8 Luglio del 1593. Primogenita del pittore Orazio Gentileschi, seguì le sue orme divenendo una tra le prime pittrici della storia dell’arte. Pittrice dallo stile drammatico e fortemente espressivo, fu una rarità nel panorama artistico del Seicento, anche se spesso il suo talento venne sminuito a causa delle sue vicende personali.

Nata a Roma nel 1593, dimostra un precoce e spiccato talento pittorico che matura nello studio del padre, già esponente di primo piano del caravaggismo romano. Fu proprio qui che la ragazza assorbì la lezione del realismo caravaggesco, riuscendosi ad imporsi in una società chiusa, in cui le donne non avevano molte possibilità di emergere. Nel 1608 il rapporto con il padre divenne una vera e propria collaborazione, intervenendo molto spesso nelle sue opere.

Dagli esordi artistici alla violenza

Fu solamente nel 1610 che produsse l’opera che suggella ufficialmente il suo ingresso nel mondo dell’arte, ovvero Susanna e i vecchioni. Tela che lascia intravedere come, sotto la guida paterna, assimilò sia il realismo del Caravaggio, sia il linguaggio della scuola bolognese di Annibale Carracci. Ma la sua attività artistica si interruppe quando, il padre decise di affidare l’istruzione artistica della figlia ad un suo collega, il pittore Agostino Tassi, sì un pittore talentuoso, ma con un carattere sanguigno e iroso e dei trascorsi più che burrascosi. Ciononostante, Orazio aveva grande stima e fu felicissimo quando accettò di insegnare ad Artemisia la prospettiva.

Fu proprio nella bottega di quest’ultimo, che accadde un evento che segnò indelebilmente la vita personale e artistica di Artemisia. Nel 1611, durante una delle tante lezioni artistiche, Tassi la violentò in modo brutale. Ne seguì un processo pubblico e molto chiacchierato, in cui gli esiti furono completamente rovesciati. Se da una parte Tassi ne uscì praticamente indenne, dall’altra parte, la famiglia Gentileschi dovettero subire pesanti condanne morali e la crudezza dei metodi inquisitori del Tribunale nei confronti di Artemisia. Paradossalmente la vittima fu torturata fisicamente e mentalmente, per ribadire la verità della propria denuncia.

La fuga verso Firenze

Solamente in seguito, intorno al 1612 le autorità giudiziarie condannarono Agostino Tassi a cinque anni di reclusione o, in alternativa, all’esilio perpetuo da Roma, soluzione che ovviamente scelse. La reputazione e soprattutto l’equilibrio psicofisico di Artemisia furono ormai minati per sempre, tanto che da qui in avanti le sue opere riportarono sempre tale tema. Per fermare il chiacchiericcio, si sposò in fretta con il pittore assai modesto, Pierantonio Stiattesi, e si trasferì a Firenze, dove approfittò del clima culturale molto fertile, coltivando la sua arte e ottenendo successo.

Artemisia venne introdotta nella corte di Cosimo II dallo zio Aurelio Lomi, e una volta approdata nell’ambiente mediceo, impegnò le sue migliori energie per raccogliere attorno a sé importanti personaggi artistici e culturali. Tra questi ci fu Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del celebre artista. Proprio quest’ultimo fu una figura di primaria importanza per la maturazione pittorica di Artemisia, procurandole numerosissime commissioni, e facendola entrare nella prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze, fu la prima donna a godere di tale privilegio. Di questo periodo fanno parte la Conversione della Maddalena e la Giuditta con la sua ancella di Palazzo Pitti ed una versione della Giuditta che decapita Oloferne, conservata agli Uffizi.

I viaggi e la morte

Perseguitata dai debiti del marito, lasciò Firenze nel 1620 per andare Genova per un breve periodo, ancora nella capitale e infine a Venezia, Londra e Napoli, e dove rimase fino alla morte. Ovunque andasse, la pittrice venne accolta con favore dal ceto artistico del luogo e ricevette anche varie commissioni, tuttavia non abbastanza numerose come quelle dei suoi colleghi maschi.

Ignorata per secoli da molti storici dell’arte, Artemisia Gentileschi venne rivalutata a partire da un importante articolo del 1916 scritto da Roberto Longhi, Gentileschi padre e figlia. Da lì, oltre che alle sue drammatiche vicende personali, si faceva riferimento anche alla sua portata stilistica ed espressiva, spesso legandola a un femminismo antelitteram. Furono infatti numerose le sue opere che ritraggono eroine bibliche come Giuditta, Betsabea o Ester, che ebbero la meglio sui soprusi maschili. Ad esempio nella Giuditta che decapita Oloferne è stata interpretata dalla critica femminista come la vendetta della giovane nei confronti di colui che l’ha violata. Viene ricordata soprattutto per lo stile maturo, drammatico e vividamente espressivo.

Federica.

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