mARTEdì: tutti i volti nascosti nei quadri di PAUL CEZANNE

Tutti conosciamo il pittore francese Paul Cézanne. Divenne famoso per essere uno fra i più importanti esponenti del Post Impressionismo, cioè realizzò opere capaci di superare il movimento impressionista, gettando le basi per un superamento artistico verso delle idee di arte del tutto nuove e radicali che ebbero inizio nel XX secolo.

A differenza degli Impressionisti, che si limitavano a rappresentare le cose che vedevano a prima vista, lui trasformava la realtà in forme complesse date da volumi geometrici puri. Queste forme con lui assumevano, per la loro perfezione, un valore assoluto e perenne. La sua tecnica consisteva nel sostituire alle macchie impressioniste, delle pezzature cromatiche ampie e distese, ricercando attraverso il colore una maggiore volumetria della forma. 

I segreti “paesaggi-ritratto”

Ma il colore non fu il solo mezzo utilizzato da Cezanne nella sua idea artistica di opera d’arte. Nei suoi quadri infatti amava introdurre degli elementi simbolici, del tutto nascosti sotto il soggetto apparente che voleva riprodurre, come se dietro una realtà apparente, ci fosse dell’altro. Infatti, soprattutto negli ultimi dipinti si manifesta la nascita di un nuovo straordinario genere di soggetto, inventato proprio da Cezanne. Si tratta del “paesaggio-autoritratto”, ovvero nascondere dietro un quadro con soggetto paesaggistico dei volti, dei personaggi. Conquistato dalla vita opaca e silenziosa delle cose, Cézanne dipinge uomini come oggetti e mele e brocche come esseri viventi.

I primi esperimenti “transgenerici” furono condotti da Cézanne a partire dalla seconda metà degli anni Settanta su due generi a lungo utilizzati, ovvero la natura morta e il ritratto. Ebbe infatti la brillante idea di fonderli insieme, dando vita ad una rivoluzione artistica mai vista prima. I risultati di questa ricerca condussero ad una vicinanza tra “soggetti” e “oggetti”, in accordo con quella che era la teoria del filosofo Merleau-Ponty. Attraverso questi quadri, infatti Cezanne sottraeva una solidità e una rigidità agli oggetti delle nature morte per attribuirne carattere per se stesso, per gli amici, per i familiari, ritratti di nascosto.

Uno degli esempi lampanti

La fusione perfetta tra i due generi del paesaggio e dell’autoritratto, tra la “carne” del mondo e la “carne” dell’uomo, avvenne solamente all’inizio del Novecento, precisamente nell’opera intitolata La montaigne Sainte-Victoire vue des Lauves conservata oggi al Philadelphia Museum of Art. Se si osserva con paziente questo splendido acquerello, ci appare d’un tratto il volto del pittore nascosto, come in uno stereogramma. Perfettamente riconoscibili, nella zona pedemontana si può notare la piega della bocca, la barba, le rotondità della narice, dell’occhio e dell’orecchio. Inoltre sulla sommità della in testa, si vede il copricapo rompicapo della Sainte-Victoire.

La composizione è suddivisa in tre fasce orizzontali. In primo piano, vi sono due diagonali verdi e viola che si aprono a forbice facendone uscire dei ramoscelli che si allungano a ricomporre la barba di Cézanne. Nella fascia intermedia invece scompare la geometria, lasciando spazio a una pianura delicata con tocchi rosa e arancione, dove si posiziona lo sguardo senza iride del pittore. Mentre nella fascia alta si nota chiaramente la sagoma della vetta montuosa di Sainte-Victoire.

E’ lecito considerare questa la “Terra promessa” che Cézanne, quasi al termine della propria vita, amava intravedere. Una terra in cui non è più possibile distinguere il cielo dalle montagne, gli alberi dagli esseri umani, i campi dalle case. Una terra dove ogni elemento coabita in armonia. Una Terra, un’altura, che restituiscono lo sguardo del pittore, in una percezione che è fenomeno di specchio, che si compie. Questo il magnifico mausoleo, il testamento artistico e spirituale sepolto ormai da un secolo nel grembo della montagna.

Federica.

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