ALMANACCO: 9 Aprile fu scoperta la Venere di Milo

La Venere di Milo è una delle sculture più famose della civiltà greca che incarna, per molti, l’essenza dell’eleganza e della sensualità femminile. La statua marmorea classica di epoca ellenistica, probabilmente risalente al 130 a.C., venne scoperta solamente il 9 Aprile del 1820, nell’isola greca di Milos.

Fu un ufficiale della marina francese, Olivier Voutier, quando nell’aprile del 1820, attraccò con la nave sull’isola greca di Milo. Fortemente ispirato dal neoclassicismo e dall’archeologia, Voutier ne approfittò per condurre degli scavi proprio sull’isola, inizialmente nei dintorni del teatro antico.

Storia del ritrovamento

Cambiò zona di scavi, capitando nel campo di un contadino Yorgos Kentrotas, che stava cercando pietre per la propria casa. Insieme scoprirono varie parti di una statua di marmo: il busto, poi le gambe coperte dal drappo e, infine, un elemento più piccolo per unire il busto alle gambe. Avevano insieme, scoperto la Venere di Milo. La statua fu quindi ricomposta e Voutier ebbe modo di vederla meglio.

Ma Voutier non ebbe modo di caricarla sulla sua nave, così aspettò circa un mese, facendo attraccare un’altra nave all’isola di Milos. A bordo di questa c’era Jules Dumont d’Urville, ambizioso ammiraglio e celebre esploratore francese dell’epoca, che però agì diversamente da Voutier. Capì di non poterla acquistare subito, così ne fece un disegno e appuntò tutto nel suo diario, prendendosi tutti i meriti della scoperta. Con le prove scritte, chiese aiuto all’ambasciatore francese, e al re Luigi XVIII per poterla acquistare.

L’arrivo a Parigi

Il 29 ottobre 1820 la Venere di Milo lasciò l’isola di Milos per raggiungere Parigi nel febbraio dell’anno seguente. Si dice che re Luigi XVIII, da tempo malato di gotta e con cancrene diffuse, non l’abbia mai vista: appena arrivata la donò immediatamente al Museo del Louvre e tre anni dopo morì.

Una volta arrivata a destinazione, i pezzi di marmo e l’assenza di attributi resero molto complicata l’identificazione e quindi i lavori di restauro. A Costantinopoli, in uno dei sacchi di reperti arrivati con la statua, era stata trovata un’incisione sul basamento con il nome del probabile autore, Alessandro di Antiochia, scultore dell’età ellenista. Quel ritrovamento risolse parzialmente la prima questione, ma tutte le altre rimasero aperte, e lo sono tuttora.

Descrizione e stile

Il successo della statua è dovuto principalmente alla sua bellezza. Per quanto priva di molte parti, e incompleta, si tratta di una grande e inestimabile opera d’arte. L’afrodite, con il busto nudo fino all’addome, ha coperte le gambe da un fitto panneggio. Il corpo modellato è reso con delicate suggestioni chiaroscurali, col contrasto tra il liscio incarnato nudo e il vibrare della luce nei capelli ondulati e nel panneggio increspato della parte inferiore.

Non si conosce precisamente quale episodio mitologico venga rappresentato, forse è una raffigurazione della Venus Victrix che reca il pomo dorato a Paride. Infatti secondo alcuni frammenti di un avambraccio e di una mano, protesa in avanti, si pensò reggere una mela d’oro. In generale comunque colpisce l’atteggiamento naturale della dea, ormai lontana dalla compostezza “eroica” delle Veneri classiche dei secoli precedenti.

Federica.

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